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Dalla metà degli anni Cinquanta, Mimmo fa della ‘Taverna Flavia’, ancora governata dal padre Berardino, il luogo parallelo a Via Veneto, una specie di vetrina – anche anticamera o retrobottega– dello star system che aveva reso Roma, con Cinecittà, la Hollywood sul Tevere. Erano gli anni della Dolce Vita, spensierati e spreconi, con tanta voglia di consumare una o più

esistenze al limite della trasgressione e della futilità, sempre alla ricerca di eventi spettacolari e facili successi: nel Sessanta Fellini ne farà una lucida e impietosa analisi, una critica radicale.

Di quel mondo Mimmo è uno dei poli, nella volontà – nel “delirio” – di essere sempre presente, anzi di aver presente alla Taverna Flavia tutto quel variegato popolo di artisti e personalità del cinema, con il necessario corteggio di guardie del corpo, segretarie, press agent, fotografi.

Taverna Flavia

Protagonista, non semplice osservatore, Mimmo ha di quegli anni un ricordo partecipato, avvincente, sempre  autentico e ne affida la scrittura a sua nipote Franca in pagine tese fra mito e realtà. Sa che è un mondo finito, anche se la sua Flavia continua a essere affollata dalla più varia società del cinema, della televisione, del giornalismo, dello sport,  delle professioni.

Emerge, nei ricordi di Mimmo, una figura centrale, la “regina del cinema dagli occhi viola”, che rimarrà sempre sua amica fedele, Liz Taylor, di cui Mimmo ricorda le più nascoste passioni e i prorompenti amori, i gusti, gli sguardi. Ne è affascinato e persino intimidito, la rincorre da Fregene agli Stati Uniti pur di farle avere quel che desidera. E quando, in partenza per New York, gli chiede di riceverla in un giardino, trasforma in poche ore la Taverna Flavia in un prato di rose bianche e piante rare, tanto da stupire la stessa diva.

«Inizia la favola», ricorda Mimmo al momento del primo incontro con Liz, presente a Roma dal settembre del ’61 per girare Cleopatra, uno dei kolossal più costosi mai realizzati. Liz Taylor resta conquistata dalla figura di questo giovane oste, eccezionale nel panorama degli osti romani per gentilezza e dedizione, e fa della Taverna Flavia il suo luogo preferito, trascinando dietro di sé artisti e fotografi, decretando il successo e la centralità della Flavia nel mondo del cinema di quegli anni.

Sono gli anni in cui – galeotto il set di Cinecittà – lascia il marito e si innamora di Richard Burton, per inseguire poi altre passioni, sotto l’occhio amico e geloso di Mimmo.

Così Liz richiama Burton: visto da Mimmo prima con sospetto, poi, nella crisi dei rapporti con la Taylor, amorevolmente aiutato, divenendone infine amico.

Sarebbe difficile, inutile, ricordare tutti gli attori e i registi che affollano la Flavia (sono troppi, sono tutti) lasciando a volte nei menu (come la celebre insalata Veruschka) il loro ricordo e in Mimmo – passato quel tempo – un vuoto riempito solo di memorie: ne rimane una traccia stanca in una foto, in un autografo, magari in una ciocca di capelli (quelli di Abbe Lane); sovrane, incorniciate in un lussuoso portaventagli, le scarpette di Liz.

Nobili e regnanti, da re Gustavo di Svezia ai reali di Grecia, ai sovrani di Monaco, Ranieri e Grace, per avere i quali ricorre ai più sottili stratagemmi; e ancora Soraya, «la principessa triste, dagli occhi di giada, colmi di malinconia»; poi Nixon, vicepresidente degli Stati Uniti, che Mimmo neppure riconosce, lasciandolo a lungo in piedi. Del resto riceve come “perfetti sconosciuti” attori notissimi quali Peter O’Toole e Dustin Hoffman. In realtà l’interesse di Mimmo va alle ‘sue’ donne, alle attrici delle quali subisce il fascino e alimenta la smania di essere ammirate, fotografate, corteggiate.

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